domenica 15 gennaio 2012

AFRICA NATALE 2011

Segue una lettera inviataci dal nosto amico Padre Federico Trinchero ora in missione in Africa.

Bouar – St. Elie, 23 Dicembre 2011

(Padre Federico)
Carissimi Amici,
    vi scrivo queste righe a pochi giorni dalla celebrazione del quarantesimo anniversario della fondazione della missione dei Frati Carmelitani Scalzi della Provincia Genovese in Repubblica Centrafricana. Quarant’anni sono un piccolo traguardo; ma è comunque un tempo sufficiente per rendere grazie al Signore per la sua misericordia e per la sua fedeltà; e ovviamente per ringraziare tutti coloro che in questi anni, chi da vicino e chi da lontano, ci hanno aiutato e accompagnato con la loro amicizia, il loro lavoro e la loro generosità.


    Effettivamente portare il Carmelo in Africa era già stato un sogno di santa Teresa. Nel 1582 infatti, poco prima che Teresa morisse, cinque carmelitani salparono dal Portogallo verso l’Angola, che a quel tempo si trovava sotto il dominio di Filippo II. Una tempesta, purtroppo, fece fare naufragio alla spedizione e tutti e cinque i missionari morirono nelle acque dell’oceano. L’anno seguente, una seconda spedizione fu anch’essa sfortunata; questa volta furono dei corsari che attaccarono la nave e impedirono ai carmelitani di raggiungere il continente nero: uno morì e gli altri tornarono in Spagna. Ma non si scoraggiarono e ci riprovarono ancora e, nel 1584, tre carmelitani si stabilirono in Angola. Purtroppo, solo alcuni anni dopo, la missione venne soppressa per diverse ragioni. Solo dopo quasi 4 secoli, nel 1958, dei carmelitani della Provincia Romana arrivarono finalmente nell’Africa nera e fondarono il primo convento nell’allora Zaire.


    I Carmelitani Scalzi della Provincia Genovese arrivarono in Centrafrica – in aereo, senza naufragi e corsari – nel dicembre del 1971. Erano gli anni ferventi del post-Concilio e alcune province d’Europa si erano impegnate a fondare il Carmelo in diversi paesi africani: gli spagnoli in Malawi, i polacchi in Burundi, la provincia di Venezia in Madagascar e noi in Centrafrica. In seguito, grazie anche all’intervento di confratelli di Irlanda, Stati Uniti, India e Francia, sono state aperte nuove case in Ruanda, Burkina Faso, Camerun, Tanzania, Costa d’Avorio, Nigeria, Kenya, Congo-Brazzaville, Sudafrica, Uganda e, pochi anni fa, anche in Togo e in Senegal. Occorre ricordare che spesso la presenza dei frati carmelitani è stata preceduta dall’arrivo delle nostre consorelle di clausura, a volte anche prima del Concilio come in Kenya, Madagascar e Senegal.


    Il 16 Dicembre del 1971 i primi 4 intrepidi missionari della Provincia Genovese raggiunsero  Bozoum, città situata a circa 400 Km a nord della capitale del Centrafrica. Questa parrocchia era stata fondata nel lontano 1928 dai missionari Spiritani francesi. All’epoca il Centrafrica si chiamava Oubangui-Chari ed era una colonia francese. In seguito arrivarono dei cappuccini dalla Francia e poi quelli di Genova. Questi ultimi, dopo circa un anno di collaborazione con i carmelitani, lasciarono la gestione della parrocchia (con tutte le chiese di villaggio sparse nella savana) ai nuovi arrivati. In seguito la presenza del Carmelo in terra centrafricana si è notevolmente ampliata. Nel 1973 è stata aperta una  nuova parrocchia a Baorò; poi nel 1986 è stato aperto il Seminario Minore a Yolé-Bouar; nel 1994 è stato fondato St. Elie, sempre nella città di Bouar, sede della diocesi, il primo convento della missione e la casa di studentato; l’ultima fondazione è il convento-noviziato del Carmel a Bangui, la capitale, nel 2006. Come potete ben capire la nostra missione non solo è cresciuta, ma è anche cambiata. Se inizialmente i missionari si sono concentrati nell’evangelizzazione (la chiesa in Centrafrica ha poco più di un secolo di vita) e nella promozione umana (il Centrafrica era e resta uno dei paesi più poveri del mondo), in seguito ci si è dedicati maggiormente alla formazione dei carmelitani autoctoni e a quella che, con termine tecnico, si chiama implantatio Ordinis (cioè l’installazione dell’Ordine in un territorio determinato). Attualmente siamo 17 religiosi, di cui 6 autoctoni. Non molti… ma ci sono  11 giovani in formazione che fanno sicuramente ben sperare per l’avvenire di questo giovane Carmelo in terra d’Africa.


    Il 13 e il 14 Dicembre abbiamo vissuto, qui a Bouar, due intense giornate di comunione fraterna attorno al nostro provinciale e alcuni confratelli giunti dall’Italia per l’occasione. La mattina del 14 abbiamo ascoltato con commozione la testimonianza di due dei pionieri della nostra missione: p. Nicola Ellena (cuneese di Rossana, classe 1923, già missionario per 7 anni in Giappone) e p. Carlo Cencio (cuneese di Cerretto Langhe, classe 1937). Certo fa un po’ impressione – e diciamo pure vergogna – confrontarsi con questi missionari ancienne façon che, armati solo di zelo e Vangelo, iniziarono la nostra missione con determinazione, coraggio e – assicura p. Nicola – eroica incompetenza. Per telefonare in Italia dovevano fare 400 Km di strada sterrata. Ora, il sottoscritto – missionario postmoderno – se per un giorno manca la connessione ad internet comincia già ad inquietarsi… E si narra anche che p. Carlo, a Baorò nel 1972, abbia festeggiato Natale con un uovo sbattuto. Io sono sicuramente più fortunato perché parenti e amici non ci hanno fatto mancare krumiri e pandolce…


   Pochi giorni dopo, domenica 18 Dicembre, ci siamo spostati a Bozoum, il primo amore, dove tutto cominciò. E qui l’avvenimento più importante è stata l’ordinazione sacerdotale di fra Cyriaque. Il vescovo ordinante è stato il vescovo cappuccino di Boaur, mons. Armando Gianni che, destino vuole, in quel lontano dicembre 1971, era niente meno che il giovane parroco che accolse i primi quattro carmelitani a Bozoum. La celebrazione è stata solenne, festosa e commuovente. P. Nicola e p. Carlo hanno benedetto ogni dono di un interminabile offertorio di arachidi, riso, zucche, fagioli, banane e qualche capra. Il sottoscritto, quanto a danze liturgiche e extra-liturgiche, non si è davvero risparmiato.
    In quarant’anni sono state realizzate tante, tantissime opere. Alcune davvero impensabili all’inizio della missione. E probabilmente sono stati fatti anche degli errori. Non mancano quindi le domande, il desiderio di fare meglio e di provare nuove strade, la sfida di essere noi stessi – come dice santa Teresa –  ‘buone fondamenta per chi verrà dopo di noi e camminerà sulle nostre tracce’.  L’Africa non permette fasi di riposo. E a volte l’Africa o, meglio, gli africani fanno un po’ arrabbiare. Ma ci si arrabbia solo per finta, perché in realtà siamo ancora più innamorati dei loro difetti. E se ci capita di maledire – si fa per dire! – il giorno  in cui siamo venuti qui… in realtà confermiamo il nostro sì e il nostro amore per questa terra e questa Chiesa.


    C’è però ancora un grande sogno nel cuore dei missionari: la presenza delle nostre consorelle di clausura. Per camminare bene il Carmelo ha bisogno infatti di due gambe: le monache e i frati. E quindi, al momento, siamo un po’ zoppi. Chissà che non sia possibile realizzare questo sogno per il cinquantesimo della missione!
   
    Per il resto tutto procede abbastanza bene… anche se, dopo il mio arrivo dal congedo in Italia, ci sono stati diversi cambiamenti. I frati infatti, ogni tre anni, si riuniscono per il capitolo provinciale e, in seguito, tutte le comunità e gli incarichi vengono rinnovati. Anche la mia comunità  è stata coinvolta in diversi cambiamenti. P. Marcello è diventato Delegato Provinciale, cioè il responsabile di tutte le missioni carmelitane in Centrafrica. P. Fryderyk, polacco, è rientrato in Burundi avendo fatto carriera anche lui: è stato infatti eletto Delegato Provinciale del Burundi-Rwanda. Al suo posto è arrivato p. John, americano di Chicago, un personaggio davvero interessante: un riuscitissimo mix tra Indiana Jones e Ronald Reagan. Si è poi aggiunto alla nostra comunità p.Vojtech, un giovane padre proveniente dalla Repubblica Ceca, la seconda ‘terra di missione’ dell’intrepida provincia genovese. 


    Il sottoscritto è rimasto qui… ma con due nuovi incarichi che proprio non si immaginava – o almeno non sperava – di ricevere: priore e maestro degli studenti e dei postulanti. Per dirla con sant’Ambrogio – mi si permetta l’ardito confronto – potrei affermare che “mi tocca insegnare ciò che ancora dovrei imparare”. Insomma: è come ritrovarsi al timone di una barca dopo aver appena cominciato a capire cos’è il mare. Per fortuna la scialuppa è composta di 15 buoni, pazienti e santi marinai di ben sei diverse nazionalità. 

(Padre Federico , il secondo, in alto, a partire da destra )

    Tanto per dare un tono, e dal momento che noblesse oblige, ho incominciato il mio ministero di priore brindando con i miei confratelli con una bottiglia di ottimo moscato, precipitata miracolosamente da queste parti. E poi è incominciata l’avventura: se già non ci si annoiava prima, figuriamoci adesso. In una stessa giornata posso discutere sul prezzo delle uova e disquisire sul Concilio di Calcedonia; oppure litigare con i pistoni di un generatore elettrico e penetrare con i miei giovani nelle segrete stanze del Castello interiore di santa Teresa; insegnare a combattere contro le distrazioni nella preghiera o svelare i segreti della consecutio temporum; improvvisarmi dottore o idraulico o spiegare a cosa servono le lenzuola (e perché sono due e perché è bene ogni tanto cambiarle); accompagnare un giovane nell’affascinante scoperta della sua vocazione o capire se sta barando con Dio, con se stesso e con noi… Queste le mie giornate! 


    Ho scoperto che obbedire è più facile che comandare e che ricevere osservazioni è meno faticoso che farle; non sono pochi, infatti, i momenti nei quali rimpiango quand’ero soldato semplice. Se non altro si dormiva meglio; ma se penso ai ritmi di veglia e sonno di mia sorella e mio cognato con relativa prole… non mi lamento. Comunque: se tra i miei venticinque lettori ci fosse – e sono sicuro che c’è – qualcuno che ha avuto la sfortuna di essere stato mio superiore o mio formatore, riceva in questo momento tutte le mie più sincere scuse per tutto quello che hanno dovuto sopportare per causa mia.

    Approfitto di questa lettera per ringraziare ognuno di voi. In occasione del mio congedo in Italia sono riuscito con molti a farlo di persona. Confesso che la vostra amicizia e la vostra generosità mi hanno davvero impressionato. La stima, l’interesse e la fiducia che avete nei confronti dei missionari mi ha talvolta imbarazzato. Non siamo eroi. Abbiamo solo il privilegio di vivere con i poveri, non come i poveri. E questo ci permette di scontare qualche peccato e di essere a contatto quotidiano con Gesù. Vi pare poco?


    Grazie al vostro aiuto siamo riusciti a realizzare diversi progetti: il nuovo pozzo per l’acqua, l’acquisto di una nuova macchina, l’aggiornamento della biblioteca, l’attivazione di diverse borse di studio per dei giovani universitari, l’aiuto ad alcuni malati di AIDS. I progetti in cantiere sono sempte molti, ma posso assicurarvi che non ci fate mancare nulla e che ci permettete di fare molto. Ogni giorno sperimentiamo come i fiumi della solidarietà non conoscano crisi, manovre finanziarie, spread, bund, bot e btpt… ma immancabilmente solcano il Mediterraneo, attraversano il Sahara e arrivano fin qui a dissetare migliaia di poveri. Grazie di cuore!


    Ripensando al mio congedo mi viene in  mente un piccolo episodio che vorrei condividere con voi. Mi trovavo sui colli della Tolfa, vicino a Viterbo, per la celebrazione della Messa con un gruppo di Scout. Al termine della Messa si avvicina un bambino di 4 o 5 anni che mi aveva attentamente osservato per tutto il tempo della celebrazione. E, candidamente, mi domanda: “Ma tu, vuoi far finta di fare Gesù?”. Dopo aver superato un iniziale imbarazzo, me la cavo piuttosto diplomaticamente: “Diciamo che ci provo!”.  Evidentemente quel ‘per finta’ era senza malizia o giudizio, ed era la traduzione, tutto sommato corretta, di ciò che teologicamente si dice del sacerdote quando agisce ‘in persona Christi’. Ma poi, riflettendo su questa inaspettata domanda, mi sono accorto che ‘fare Gesù per davvero’ è il sogno di ogni sacerdote. Ci si riesce abbastanza bene quando si celebra l’Eucaristia; ma nella vita di ogni giorno, lontano dall’altare, si è talvolta scandalosamente lontani dal nostro modello… e si finisce per fare Gesù solo per finta. Ma non ci scoraggiamo. Infatti il nostro irraggiungibile modello comprende bene le nostre debolezze perché non ha avuto paura di farsi uomo per davvero.
     
    Ed è proprio questo il mistero del Natale e il mio augurio: sia ognuno di noi capace di accogliere Colui che si è fatto uomo per davvero e che non ci ha mai amato per finta.
          

  Buon Natale! 

Padre Federico Trinchero, ocd

frafedericotrinchero@yahoo.it


Se desiderate offrire il vostro contributo per le missioni Carmelitane potete utilizzare il CCP:
n° 84953769

MISSIONI CARMELITANE LIGURI - CONVENTO dei CARMELITANI SCALZI – 16011 ARENZANO – GE


Se volete potete indicare nella causale il nome di Padre Federico Trinchero affinché lui possa ringraziarvi personalmente.

2 commenti:

  1. Tutti ricordano la S.Messa celebrata da Padre Federico in occasione dell' uscita di chiusura dello scorso anno ma mai avremmo immaginato di essere nominati nella sua lettera!

    RispondiElimina
  2. Grazie Federico per tutto quello che hai fatto, come assistente, per il nostro gruppo...... grazie per quello che hai fatto (e che continui a fare) per noi come amico .....e grazie ancora per la testimonianza che ci dai!

    Leggere le notizie che ci mandi dall'Africa mi fa tornare sempre con i "piedi per terra" e mi fa riconsiderare sotto una luce nuova le cose che accadono qui.... dove davvero non ci manca nulla!!

    RispondiElimina